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Cinema

Eva (1962)

Dopo sessant’anni, grazie agli sforzi del Netherland Film Institute, possiamo gustare Eva (1962) di Joseph Losey in una forma più distesa: pur con piccole mancanze di qualche fotogramma di raccordo, il film è stato reso più fluido e paratattico grazie ai confronti tra le copie superstiti (decisive quelle di Stoccolma). In questo modo, ha potuto prendere respiro e si spera che la rivalutazione, tra i critici e i cinefili, lo possa piazzare nella sua giusta posizione all’interno della cinematografia degli anni Sessanta.

Nel panorama della produzione coeva, questo è il film che più merita di star vicino a La dolce vita (1960) di Fellini, con cui spartisce l’ambientazione e al quale fa da contraltare. Nel film-culto del grande regista riminese, lo stile impeccabile acuminava l’analisi e creava una sana distanza tra noi e Rubini (Mastroianni); raccontava il ‘dolce limbo’ della vita romana con un diaframma estetico freddo e adamantino tra il fruitore e la decadenza raccontata, con la giusta dose di pietà e comprensione; ci faceva capire il fallimento degli aneliti interiori soppressi dall’accidia dominante.

Partendo dal romanzo omonimo di James Hadley Chase, Losey ha raccontato dall’interno il lato oscuro di quello stesso mondo: l’ambientazione cosmopolita, in cui figura anche Roma, non è meno babelica del film di Fellini ma è colta con uno sguardo penetrante ed orizzontale, cioè senza personaggi che sentano il richiamo di un qualche idealismo, il sentore di una trascendenza o il bisogno della salvezza.

La dolce vita di Eva è un mondo materialista, ossessionato dal denaro, ‘dolce’ per chi detiene il diritto del più forte; è abitato da parvenus e maschi degradati senza onore e talento, dominato in sordina da donne che sanno cavalcare la lussuria e la debolezza di uomini edonisti e senza struttura.

A dire il vero, più che una Eva, il personaggio femminile cui dà corpo una Jeanne Moreau elegante e animalesca, calcolatrice senza sosta con una maschera di paresseuse, è un miscuglio tra Lilith e una Giuditta klimtiana gettato nella mondanità, a proprio agio nei clubs di Roma e nei casinò di Venezia. Il riferimento biblico è un gioco malizioso sul senso della caduta nel rapporto tra i sessi, lontano da una condizione di pace ed equilibrio dettata dalla supremazia dell’uomo sulla donna: la mela del piacere ha sul protagonista Tyvian (Stanley Baker), fintosi scrittore coi frutti del lavoro di suo fratello morto, lo stesso effetto di una droga che scatena di colpo una dipendenza inarrestabile, un perenne stato di schiavitù.

Pur non essendo stato il primo cineasta considerato per la regia di Eva, Losey ha fatto suo il soggetto e analizzato questa discesa nell’abiezione tuffandosi con slancio. Lo si vede, ad esempio, quando sceglie di valorizzare la malìa della protagonista indugiando sulla toeletta di lei, nei momenti in cui l’intrigo non procede, spiandola quasi che quelle riprese siano delle soggettive non ufficiali di Tyvian: ci riesce ricorrendo alla ripresa prolungata a camera fissa o con piccoli spostamenti e carrelli, rimbalzi visivi che sfruttano gli specchi delle stanze o ancora composizioni pulite ed elegantissime nella giustapposizione di corpi e arredi.

Questo dona al film un impianto visivo solido e smagliante, sorretto da una tendenza verso un tono strisciante, sinuoso, mutevole, ‘jazzistico’: una costante che lo porta ad indugiare nella lentezza dei momenti di contemplazione erotica o in scatti frenetici del montaggio come nella sequenza del locale ipogeo a Roma. Il risultato, con le dovute distinzioni, avvicina Eva ai ritmi di Un ascensore al patibolo (1958) di Louis Malle e I santissimi (1978) di Bertrand Blier: entrambi film in cui, peraltro, la Moreau è protagonista e centrale, a livello drammaturgico e di montaggio, si rivela la ricerca di una musicalità variabile, un tono più vicino alla fluidità e agli sbalzi (anche interiori) del quotidiano.

Rispetto a questi due esempi, però, il film di Losey si riallaccia ad una tessitura culturale fittissima: come non sentire la vicinanza di uno dei temi preferiti di Henry James, il topos della Vecchia Europa come gabbia? Come non pensare a Masaccio quando la sua Cacciata dal Paradiso viene mostrata nel momento del trionfo supremo di Eva, quando Francesca (Virna Lisi) la trova nella camera da letto prima di correre verso la morte? O alle donne estenuate, feroci e antiche del decadentismo che hanno visto tutto e non si stupiscono più di niente, da contrapporre a donne miti e angeliche come accadeva nei romanzi di fine Ottocento?

La decadenza, che certo non sarebbe così bella senza le luci di Gianni Di Venanzo, sembra aver scelto come dimora fissa il Vecchio Continente stanco di secoli e a riprova di questo fatto, Eva potrebbe anche essere preso come immagine sullo stato dell’Europa vinta dopo la Seconda Guerra Mondiale: una donna bellissima dal passato torbido che tiene ben stretti i suoi segreti, vive giorno per giorno animalescamente, è mossa da un amore sordo e cieco per il lusso e il denaro, forte di un cinismo spaventoso. E quanto più la sua protagonista scende in basso, più luminosa splende Jeanne Moreau che le dà corpo e respiro.

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