Cinema

Les Valseuses – I santissimi

  • (Nota dell’autore: una prima versione di questo articolo era già uscita sul sito ladisillusione.com)

Nel post ‘68 aveva vinto la borghesia e il cinema provava a raccontare lo scacco subito dall’ideale libertario del dopoguerra con film il cui carburante era la sessualità come massima espressione della libertà corporale e (come si sperava allora) spirituale dell’individuo. Tentativo certo non da poco e condotto con ostinazione, a volte anche compiaciuta, a volte sincera o disperata.

In Francia e in Italia soprattutto intellettuali e registi giocavano le ultime carte, prima che i loro sforzi venissero resi cibo per critici e accademici, lontano dal pubblico o da quegli aficionados che torneranno in seno alla maman Bourgeoisie.

La libertà sessuale e di costume, anche senza la lettura dei testi della scuola di Francoforte, aveva avuto un forte influsso sulla generazione degli anni ‘40, rendendo moltissimi di quei giovani, spesso e volentieri, degli sbandati.

Nel 1974 Bertrand Blier (1939) era già regista di tre film ed autore di un libro che trattava proprio di questi sbandati, seguendo la strada del racconto picaresco.

Decise ad un certo punto di adattare il soggetto del romanzo per la sua nuova pellicola ed ebbe il merito di scegliere le facce giuste, ricorrendo ad un montaggio ellittico, puntando sugli spazi della provincia francese. Il film Les Valseuses (I santissimi in italiano) ruota attorno ad una coppia di amici randagi: Jean-Claude, un Gerard Depardieu (1948) energico e bestiale che si creò col film un biglietto da visita per le future grandi interpretazioni sotto la regia di Maurice Pialat (1925-2003), dopo essere passato per le mani di Marguerite Duras (1914-1996), regista di Nathalie Granger (1972); Pierrot, con lo sguardo più pacato e sottile di Patrick Dewaere (1947-1981), che tra i due è quello più inqueto, febbrile, sofferto.

Vediamo i due compagni di strada in una Francia periferica tra la campagna ed il cemento. Ciò che colpisce del film è soprattutto il ritmo con cui gli episodi sono concatenati, la sua sintassi visiva è aspra, ellittica. Ogni microstoria cambia il tono del film che si accorda musicalmente ai suoi protagonisti: si ha quindi un risultato che, da un lato, porta a delle variazioni di tono e spazio che fanno l’effetto di cambiamenti melodici in uno spartito jazz; dall’altro si ha un’estrema omogeneità dell’impianto per la costanza dei tagli lungo tutto il film e per l’assenza di una svolta realmente risolutiva nel vagabondare dei personaggi.

Questo assetto fa notare una grandissima differenza di gusto tra Blier ed un Louis Malle: il regista de Il danno (1992) e Soffio al cuore (1971) tendeva a citare il jazz nei suoi film caratterizzati da una grande cura formale, a volte persino calligrafica; Blier invece lo mette in pratica traslando un proprio senso musicale nella direzione degli episodi e delle loro congiunzioni, con l’aiuto di Kenout Peltier al montaggio.

Foto dal set del film. Fonte: canalplus.com

A riprova del cambiamento ritmico all’interno del film, si deve segnalare il passo più significativo, quello con Jeanne Moreau (1928-2017). Con la base del violino di Stéphane Grappelli (1908-1997), la grande attrice entra in scena nel ruolo di una galeotta appena uscita di prigione ed impone al film la malinconia e la dignità del suo personaggio.

La sua presenza è pervasiva, mette in scacco i due protagonisti che si trovano rapiti da lei, assai più matura ed intrigante delle loro ‘conquiste’ precedenti.1 Questa attrazione, che fa da rovescio al castissimo Jules e Jim (1962) di François Truffaut (1932-1984), è vissuta teneramente ma la sua fine è amara: ai due toccherà ben presto ripiegare sulla loro compagna di debosciatezze, Marie-Ange, shampista vogliosa col corpo di Miou-Miou (1950) o su una ribelle e giovanissima Jacqueline (Isabelle Huppert) in vacanza con la famiglia, in attesa di nient’altro se non l’esperienza e la perdita della verginità.

Cani sciolti, i protagonisti vengono mostrati alla ricerca di una vita ideale fuori dai binari della responsabilità, della famiglia, del lavoro: sono bambini i cui istinti sono amplificati dalla coscienza della sessualità. Lungi dall’essere pentiti dei loro misfatti, sono guidati solo dalla vitalità che è voglia di vivere e soffre ogni possibile ostruzione. Nella loro bussola mentale, il Nord è il Piacere.

Les Valseuses è un film legatissimo ai suoi tempi, ad alcuni potrà anche sembrar datato, ma presenta una leggerezza ferina di cui troppo ci si è scordati negli ultimi tempi.

Questa sessualità eversiva non sarebbe raccontabile al giorno d’oggi, giacché l’Eros nel cinema del XXI secolo è svalutato, uniformato, svirilizzato, inamidato, allontanato dalla realtà e dai suoi rischi, cose inscindibili dalla sua forza.

A riprova del fatto che abbia saputo raccontare i suoi tempi e le inquietudini nell’aria, il film ebbe un grande successo dovuto in buona parte all’affetto con cui Blier raccontò la storia di questi anti-eroi della strada: il pubblico francese lo sentì a pieno e portò il film al terzo posto nella classifica del box office d’Oltralpe nel 1974. A superarlo v’erano il porno soft Emmauelle Robin Hood della Disney.

1 L’importanza della Moreau sul ritmo del film era stata notata già splendidamente da Terrence Rafferty nell’articolo ‘Remembering Jeanne Moreau‘ (16 agosto 2017), sul sito della Criterion Collection.

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