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Cinema

Pasolini: il Fato nel Cinema

Nascere in un certo culto non ci rende per forza religiosi e non è neanche detto, a dire il vero, che il richiamo del Trascendente nelle nostre vite segua le dottrine che ci sono state insegnate nel corso della nostra vita.

Locandina del Vangelo secondo Matteo (1964). Fonte: film.nu

Per queste ragioni, parlare di un ateismo di Pasolini (1922-1975), a cinquant’anni dalla morte, si rivela un’argomentazione senza forti basi, specialmente se si esamina la sua produzione di cineasta in cui, tuffandosi in una dimensione narrativa espansa capace di accogliere altre arti, a volte ispirato pure dall’opera di altri autori, egli poteva abbassare le sue difese nei confronti del mondo esterno, calmare il suo lato reattivo verso le forze politiche e sociali del suo tempo ed esternare senza freni la sua poetica.

Se c’è un Dio nell’universo di Pasolini, questo è il Destino, il Fato degli antichi: un concetto ed un’entità che precede il Cristianesimo e si manifesta nel suo cinema come un atavismo fondamentale e insostituibile, che rivela l’Uomo a se stesso.

Il messaggio di Cristo, nella prospettiva pasoliniana, è visto come un approccio di amore, comprensione, pietà e gratitudine per la vita e il prossimo, senza accezioni politiche e istituzionali: la sua base di partenza si direbbe pascaliana, nel senso che sembra essere il miglior approccio possibile in quello che certamente non è il migliore dei mondi possibili.

Pasolini mostra rispetto e comprensione del messaggio di Cristo perché ne capisce la portata e le intenzioni ma ne rifiuta le aggiunte posteriori, le croste dei secoli attorno alla Croce, per così dire. Non indifferente, inoltre, devono essere stati la sua infanzia e i primi imprintings religiosi, poi rivisti criticamente ed incanalati, mostrati con la loro vera forma, nel suo Cinema.

Infatti, la settima arte ha avuto il compito di centrare e definire il senso del sacro nella sua visione del mondo, in senso simbolico e narrativo. Il risultato ci permette perfino di esaminare perfettamente la religiosità di Pasolini, la quale ingloba il Cristianesimo, gli permette d’integrarsi ma senza dargli una posizione dominante.

Foto 1

Come mostrato nella foto 1, possiamo prendere tre protagonisti del cinema di Pasolini e vedere come essi rispondono a questa Divinità arcana e onnipresente: in questo segmento si va da un polo di massima accettazione, cosciente e attiva, del Destino (Gesù), ad un altro in cui la paura e il rifiuto s’accompagnano alla vittoria del Fato nel peggiore degli esiti (Edipo).

Il Cristo (Enrique Irazoqui) di Pasolini è un uomo di totale, spietata lucidità verso la sua posizione nel mondo e quello stesso mondo che gli è toccato di vivere. Conscio del proprio potere, possiede una perfetta coscienza del suo essere in senso metafisico e politico, del compito che deve portare a termine: questo lo spinge a fare astrazione degli affetti e di un normale quotidiano, distaccandosi dalla madre amorevole e incarnando l’eversione necessaria per imporre il rispetto delle Leggi Eterne e Divine. Egli sa che per meglio diventare ciò che è e compiere la sua missione, deve portare lo scandalo della sua presenza fino alle estreme conseguenze: in questo modo, può diventare un esempio, l’Agnello sacrificale per Eccellenza, l’ultimo dei sacrifici.

Cristo abbraccia il Destino, che nel contesto cristiano cambia significante diventando Provvidenza, e con esso la Provocazione alle forme della vita ‘civile’, sempre condizionate da una classe più alta e dalle gerarchie, in nome della Vita Eterna: in questo modo le belve venute ad uccidere l’Agnello cadono nella sua trappola (l’astuzia del serpente e la mitezza della colomba, come detto proprio nel Vangelo di Matteo), rivelano l’architettura e i meccanismi del Potere. Perdipiù, in questo punto non sembra peregrino riscontrare la presenza inconscia ed involontaria di una vena dal sapore gnostico, se parliamo delle implicazioni politiche del rapporto tra il mondo del Potere e i suoi sottoposti.

Gesù non potrebbe essere più diverso dall’Edipo interpretato da Franco Citti, protagonista del film del 1967 che rappresenta una tappa importante nella fase ‘sperimentale’ del cinema pasoliniano. Il tragico re di Tebe tenta in ogni modo di allontanare la presenza del Destino dalla sua vita: prima avendo paura di compierlo, poi tentando di affermare ostinatamente un’altra versione dei fatti e infine soccombendo.

Scena di Edipo re (1967). Fonte: blogspot.com

Se Cristo è un uomo ideale, Edipo è l’Uomo per quello che è, non solo metafisicamente: un essere che spesso e volentieri pensa di poter vivere distaccandosi dal Fato ma viene sconfitto proprio per la sua presunzione, per il rifiuto del fatto che l’Uomo ha in sé, fin dall’inizio, il germe della sua fine.

Importante da ricordare è che i salti temporali del film, che partono dal Primo Novecento, passano per l’Antichità fantastica ricostruita in Marocco e si concludono a Bologna negli anni ’60, stanno a rimarcare la profonda consonanza tra la parabola di Edipo e quella di ogni altro uomo, con la tendenza rovinosa e diffusissima verso la Distruzione e la Superbia, la Cecità su ciò che viene messo in atto nei confronti delle persone e del mondo attorno a noi, quasi che queste siano le vere basi della Civiltà: lo sguardo perso di Edipo/Franco Citti, che suona il flauto in piazza, mostra ciò cui si riduce chi ha visto il proprio ‘cuore di tenebra‘ e non vorrebbe mai aver conosciuto la Verità.

Accattone, che ha sempre le sembianze di Franco Citti ed è protagonista dell’esordio di Pasolini, sta invece a metà strada tra queste due storie così drasticamente diverse. Egli non crede davvero al Cristianesimo, al massimo vi fa riferimento per abitudine consolidata o superstizione: la sua fede incrollabile è quella nella Predestinazione, nell’impossibilità del cambiamento per se stesso o il mondo, tanto da affermare l’impossibilità di una pace tra sé e la Vita.

O il mondo ammazza lui o lui ammazza il mondo, perché al Destino non si sfugge: con questa fede inamovibile ma non consolatoria, Accattone riflette l’Italia antica, l’Europa stanca di secoli e lui, chiuso nel suo mondo di finzione, non può sapere che un contadino dei Balcani, un russo, un calabrese col suo ‘Calati juncu ca passa la china‘, una certa Imperatrice raminga ed infelice d’Oltralpe, che guardava il cielo per cercare il suo destino incarnato in un gabbiano nero, gli avrebbero tutti potuto dare pienamente ragione.

Scena di Accattone (1961) con Franco Citti. Fonte: cinematheque.fr

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